Dal Caos all'Ordine di Leonardo Sciascia

 

 

Quasi mezzo secolo addietro (di tanto ormai la mia memoria è prensile), per un almanacco dedicato alle arti figurative e agli artisti al momento noti o di promessa, Vitaliano Brancati scriveva una pagina in cui - mi pare di ricordare - in effetti declinando l'invito a scrivere di pittura, formulava una specie di paradosso che poneva la difficoltà dei siciliani a far pittura, e la sua a parlarne, nella (troppa luce) di cui l'isola avvampava e abbagliava. Paradosso non privo di verità, anche se proprio allora Renato Guttuso cominciava ad affrontare quella "troppa luce" (come già, più dimessamente nell'oggetto, l'aveva affrontata un Francesco Loiacono). Questo paradosso, nella verità che contiene, mi assale guardando i quadri di Andrea Vizzini (ma anche, oggi, di altri pittori siciliani): che sembrano appunto nascere da una fuga dalla "troppa luce", con precauzione di schermi, di attenuazioni. Una pittura che sembra aspirare al nord, agli inverni, ai cieli miti e diafani. Una pittura intima, da studio (mi è difficile immaginare Vizzini che porti cavalletto e tela all'aperto, a dipingere en plein air), di luce filtrata, ammorbidita, che randa sicuro ogni oggetto. Una pittura che si potrebbe anche dire, nei motivi cui s'ispira, da biblioteca: borghesianamente; una pittura che rivive, miticamente assumendola, la storia della pittura, in cui il talento dell'occhio e della mano, la capacità mimetica, si intridono di una specie di delirio - ma quieto, ma appagato - a restituire, in sintesi mitiche appunto, la storia della pittura. Da Grotte dove è nato, da Caltanissetta dove ha passato la prima giovinezza (luoghi che, nei lunghi inverni, contraddicono la Sicilia dalla "troppa luce"), Vizzini non casualmente è approdato a Venezia a stabilirvisi. E sarà magari perché poco di pittura m'intendo: ma ho invincibile impressione che il pittore che più nel modo di dipingere lo attragga sia il Canaletto. Nitido, vetrino. E viene da pensare alla dualità nord-sud (surrogazione di quella della vita e della forma nell'opera di Pirandello) che Tilger formulava a sciogliervi il senso dell'opera di Rosso di San Secondo: il nord come ordine, come forma; il sud come caos, come vita. E anche nella vita di Rosso, nel suo sentirla ed evaderne, gli anni di Caltanissetta - città in cui è presentimento del nord al tempo stesso che totalmente lo nega - essenzialmente contarono. Dal caos Vizzini è approdato all'ordine: ma non senza memoria del caos.

Luigi Carliccio